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Buzzati, "I sette messaggeri"

13/05/2017, 4:54

Eccoci qua!
Su suggerimento di Titty, inauguriamo questo spazio appositamente creato per noi dal Capitano con questo racconto di Buzzati o?

~°~°~°~°~°~°~°~

I SETTE MESSAGGERI

di DINO BUZZATI – da : La boutique del mistero – (prima edizione Oscar Mondadori, Milano, 1968)


Partito ad esplorare il regno di mio padre, di giorno in giorno vado allontanandomi dalla città e le notizie che mi giungono si fanno sempre più rare. Ho cominciato il viaggio poco più che trentenne e più di otto anni sono passati, esattamente otto anni, sei mesi e quindici giorni di ininterrotto cammino.

Credevo, alla partenza, che in poche settimane avrei facilmente raggiunto i confini del regno, invece ho continuato ad incontrare sempre nuove genti e paesi; e dovunque uomini che parlavano la mia stessa lingua, che dicevano di essere sudditi miei.

Penso talora che la bussola del mio geografo sia impazzita e che, credendo di procedere sempre verso il meridione, noi in realtà siamo forse andati girando su noi stessi, senza mai aumentare la distanza che ci separa dalla capitale; questo potrebbe spiegare il motivo per cui ancora non siamo giunti all’estrema frontiera.

Ma più sovente mi tormenta il dubbio che questo confine non esista, che il regno si estenda senza limite alcuno e che, per quanto io avanzi, mai potrò arrivare alla fine.

Mi misi in viaggio che avevo già più di trent’anni, troppo tardi forse. Gli amici, i familiari stessi, deridevano il mio progetto come inutile dispendio degli anni migliori della vita. Pochi in realtà dei miei fedeli acconsentirono a partire. Sebbene spensierato – ben più di quanto sia ora! – mi preoccupai di poter comunicare, durante il viaggio, con i miei cari, e fra i cavalieri della scorta scelsi i sette migliori, che mi servissero da messaggeri. Credevo, inconsapevole, che averne sette fosse addirittura un’esagerazione.

Con l’andar del tempo mi accorsi al contrario che erano ridicolmente pochi; e si che nessuno di essi è mai caduto malato, né è incappato nei briganti, né ha sfiancato le cavalcature. Tutti e sette mi hanno servito con una tenacia e una devozione che difficilmente riuscirò mai a ricompensare.

Per distinguerli facilmente imposi loro nomi con le iniziali alfabeticamente progressive: Alessandro, Bartolomeo, Caio, Domenico, Ettore, Federico, Gregorio. Non uso alla lontananza dalla mia casa, vi spedii il primo, Alessandro, fin dalla sera del mio secondo giorno di viaggio, quando avevamo percorso già un’ottantina di leghe.

La sera dopo, per assicurarmi la continuità delle comunicazioni, inviai il secondo, poi il terzo, poi il quarto, consecutivamente, fino all’ottava sera di viaggio, in cui partì Gregorio. Il primo non era ancora tornato.

Ci raggiunse la decima sera, mentre stavamo disponendo il campo per la notte, in una valle disabitata. Seppi da Alessandro che la sua rapidità era stata inferiore al previsto; avevo pensato che, procedendo isolato, in sella a un ottimo destriero, egli potesse percorrere, nel medesimo tempo, una distanza due volte la nostra; invece aveva potuto solamente una volta e mezza; in una giornata, mentre noi avanzavamo di quaranta leghe, lui ne divorava sessanta, ma non di più.

Così fu degli altri. Bartolomeo, partito per la città alla terza sera di viaggio, ci raggiunse alla quindicesima; Caio, partito alla quarta, alla ventesima solo fu di ritorno. Ben presto constatai che bastava moltiplicare per cinque i giorni fin lì impiegati per sapere quando il messaggero ci avrebbe ripresi.

Allontanandoci sempre più dalla capitale, I’itinerario dei messi si faceva ogni volta più lungo. Dopo cinquanta giorni di cammino, I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri cominciò a spaziarsi sensibilmente; mentre prima me ne vedevo arrivare al campo uno ogni cinque giorni, questo intervallo divenne di venticinque; la voce della mia città diveniva in tal modo sempre più fioca; intere settimane passavano senza che io ne avessi alcuna notizia.

Trascorsi che furono sei mesi – già avevamo varcato i monti Fasani – I’intervallo fra un arrivo e l’altro dei messaggeri aumentò a ben quattro mesi. Essi mi recavano oramai notizie lontane; le buste mi giungevano gualcite, talora con macchie di umido per le notti trascorse all’addiaccio da chi me le portava.

Procedemmo ancora. Invano cercavo di persuadermi che le nuvole trascorrenti sopra di me fossero uguali a quelle della mia fanciullezza, che il cielo della città lontana non fosse diverso dalla cupola azzurra che mi sovrastava, che l’aria fosse la stessa, uguale il soffio del vento, identiche le voci degli uccelli. Le nuvole, il cielo, I’aria, i venti, gli uccelli, mi apparivano in verità cose nuove e diverse; e io mi sentivo straniero.

Avanti, avanti! Vagabondi incontrati per le pianure mi dicevano che i confini non erano lontani. Io incitavo i miei uomini a non posare, spegnevo gli accenti scoraggiati che si facevano sulle loro labbra. Erano già passati quattro anni dalla mia partenza; che lunga fatica. La capitale, la mia casa, mio padre, si erano fatti stranamente remoti, quasi non ci credevo. Ben venti mesi di silenzio e di solitudine intercorrevano ora fra le successive comparse dei messaggeri. Mi portavano curiose lettere ingiallite dal tempo, e in esse trovavo nomi dimenticati, modi di dire a me insoliti, sentimenti che non riuscivo a capire.

Il mattino successivo, dopo una sola notte di riposo, mentre noi ci rimettevamo in cammino il messo ripartiva nella direzione opposta, recando alla città le lettere che da parecchio tempo io avevo apprestate.

Ma otto anni e mezzo sono trascorsi. Stasera cenavo da solo nella mia tenda quando è entrato Domenico, che riusciva ancora a sorridere benché stravolto dalla fatica. Da quasi sette anni non lo rivedevo. Per tutto questo periodo lunghissimo egli non aveva fatto che correre, attraverso praterie, boschi e deserti, cambiando chissà quante volte cavalcatura, per portarmi quel pacco di buste che finora non ho avuto voglia di aprire. Egli è già andato a dormire e ripartirà domani stesso all’alba.

Ripartirà per l’ultima volta. Sul taccuino ho calcolato che, se tutto andrà bene, io continuando il cammino come ho fatto finora e lui il suo, non potrò rivedere Domenico che fra trentaquattro anni. Io allora ne avrò settantadue. Ma comincio a sentirmi stanco ed è probabile che la morte mi coglierà prima. Così non lo potrò mai più rivedere.

Fra trentaquattro anni (prima anzi, molto prima) Domenico scorgerà inaspettatamente i fuochi del mio accampamento e si domanderà perché mai nel frattempo, io abbia fatto così poco cammino. Come stasera. il buon messaggero entrerà nella mia tenda con le lettere ingiallite dagli anni, cariche di assurde notizie di un tempo già sepolto; ma si fermerà sulla soglia, vedendomi immobile disteso sul giaciglio, due soldati ai fianchi con le torce, morto.

Eppure, va, Domenico, e non dirmi che sono crudele! Porta, il mio ultimo saluto alla città dove io sono nato. Tu sei il superstite legame con il mondo che un tempo fu anche mio. I più recenti messaggi mi hanno fatto sapere che molte cose sono cambiate, che mio padre è morto che la Corona è passata a mio fratello maggiore, che mi considerano perduto, che hanno costruito alti palazzi di pietra là dove prima erano le querce sotto cui andavo solitamente a giocare. Ma è pur sempre la mia vecchia patria.

Tu sei l’ultimo legame con loro, Domenico. Il quinto messaggero, Ettore, che mi raggiungerà, Dio volendo, fra un anno e otto mesi, non potrà ripartire perché non farebbe più in tempo a tornare. Dopo di te il silenzio, o Domenico, a meno che finalmente io non trovi i sospirati confini. Ma quanto più procedo, più vado convincendomi che non esiste frontiera.

Non esiste, io sospetto, frontiera, almeno non nel senso che noi siamo abituati a pensare. Non ci sono muraglie di separazione, né valli divisorie, né montagne che chiudano il passo. Probabilmente varcherò il limite senza accorgermene neppure, e continuerò ad andare avanti, ignaro.

Per questo io intendo che Ettore e gli altri messi dopo di lui, quando mi avranno nuovamente raggiunto, non riprendano più la via della capitale ma partano innanzi a precedermi, affinché io possa sapere in antecedenza ciò che mi attende.

Un’ansia inconsueta da qualche tempo si accende in me alla sera, e non è più rimpianto delle gioie lasciate, come accadeva nei primi tempi del viaggio; piuttosto è l’impazienza di conoscere le terre ignote a cui mi dirigo.

Vado notando – e non l’ho confidato finora a nessuno – vado notando come di giorno in giorno, man mano che avanzo verso l’improbabile mèta, nel cielo irraggi una luce insolita quale mai mi è apparsa, neppure nei sogni; e come le piante, i monti, i fiumi che attraversiamo, sembrino fatti di una essenza diversa da quella nostrana e l’aria rechi presagi che non so dire.

Una speranza nuova mi trarrà domattina ancora più avanti, verso quelle montagne inesplorate che le ombre della notte stanno occultando. Ancora una volta io leverò il campo, mentre Domenico scomparirà all’orizzonte dalla parte opposta, per recare alla città lontanissima l’inutile mio messaggio.
La vita non consiste soprattutto - e nemmeno in gran parte - in fatti e avvenimenti.
Consiste soprattutto nella tempesta di pensieri che infuria senza posa nella nostra mente.
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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

13/05/2017, 10:57

Il racconto è narrato in prima persona.
Il viaggio del protagonista verso la frontiera, alla fine di un regno è il tema del racconto.
Le figure dei sette messaggeri che partono ogni volta le trovo geniali. Quel senso di attesa e rassegnazione nel tempo poiché più si allontanerà, più loro tarderanno a ricongiungersi.
Un tempo che inesorabilmente passa e che lui con una precisione quasi fiscale, calcola.
A volte pare dubbioso se tornare indietro o quasi a voler fermare il tempo.
Lo spazio (il luogo) non è ben identificato.

Bisognerà, però parlare, di Buzzati. Non si comprende bene le opere di uno scrittore senza vedere la sua biografia. Di solito è la prima cosa che leggo di un autore.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

13/05/2017, 19:11

In rete ho trovato il sito ufficiale, http://dinobuzzati.it, e la classica voce su Wikipedia. C'è sicuramente molto altro.

Faccio una domanda a tutti, e ovviamente anche a me stesso. Cosa possiamo imparare dalla lettura di questo racconto?

Paolino
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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

13/05/2017, 19:25

Ottimo aver trovato il sito ufficiale.
Dici cosa possiamo imparare stilisticamente o il messaggio che vuol dare col racconto?
A me ha dato un'idea di solitudine, di rassegnazione.
Non so se è questo che vuol intendere Buzzati, ma mi pare un modo di descrivere un viaggio ( la vita) per giungere verso il regno sconosciuto (morte).
Forse non è questo, ma io l'ho interpretato così.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

15/05/2017, 9:25

Titty ha scritto:Dici cosa possiamo imparare stilisticamente o il messaggio che vuol dare col racconto?

Non ho specificato, perché intendevo dire proprio qualunque cosa. Qualunque cosa possiamo imparare, ben venga!

Io ne metto una: la sintesi.

Paolino
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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

15/05/2017, 9:47

Non ho avuto il dono della "sintesi" nel dire la mia.
Va bene, ne riparliamo.
"Di una cosa sono convinto: un libro deve essere un'ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi".

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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

15/05/2017, 15:45

Quello che mi ha sempre colpito di questo racconto è la sua progressione matematica, così ho gugolato e trovato questo. La matematica è piuttosto facil e ben spiegata, ma basta anche guardare i grafici per rendersi conto dell'armonia.
Poi potremmo parlare del senso della vita che traspare da ogni parola, del senso di ineluttabilità, del tono malinconico, ma della fievole speranza nel futuro che si percepisce dalle ultime parole.

<|>

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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

16/05/2017, 13:29

A me ha messo una tale angoscia, che mi veniva naturale cercare di distrarmi facendo il conteggio del tempo dei messaggeri :shock:

Però, non ho trovato qui il dono della sintesi, anzi: mi sembrava una dilatazione forzata del tempo per aumentare l'ansia e il senso di smarrimento
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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

16/05/2017, 14:23

La dissertazione matematica che ha indicato Grilloz è fantastica!

Riguardo alla sintesi: rileggete con grande attenzione il primo paragrafo e fate mente locale a quante informazioni e suggestioni ci dà l'autore in così poche righe.

A mio parere, il senso di angoscia è dovuto anche a questa stringatezza.

I primi 4 paragrafi mi appaiono come l'apertura di una partita di scacchi, o come (parlo ai musicisti del forum, se ve ne sono) le varie entrate di una fuga di Bach: l'impalcatura della narrazione viene sistemata in poche mosse.
Dal quinto paragrafo, "Mi misi in viaggio...", si riprende il tema iniziale e lo si espande.

Io, questa capacità di strutturazione, la chiamo sintesi. Voi?

Paolino
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Re: Buzzati, "I sette messaggeri"

16/05/2017, 14:57

Quello che ha postato Grilloz l'ho solo sbirciato. È impressionante a livello statistico, ma non mi sono soffermata, mi interessa più l'analisi del testo. Però è chiaro che i calcoli che fa nel testo il protagonista e in modo approfondito nel link di Grilloz sia, almeno per me, sbalorditivo.

Partiamo:


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Praticamente in poche righe descrive tutto quello che poi narrerà successivamente.
Ora non mi sovviene chi lo disse, ma il senso era che se puoi raccontarlo in poche parole il tuo racconto ( libro, testo, quello che volete), hai una buona storia.
Tipo:
Sintetizza in poche righe la storia che vuoi raccontare.
Anche a casa mia si dice "sintesi".

Dici allora che:
Prima adagia la storia e poi la riprende narrandola per completo? Secondo me, sì.

P.s. volevo chiedere se a voi ha colpito questo numerare, calcolare , dare i numeri ( in senso buono ). A me molto. Non avevo mai provato piacere per calcoli matematici, qui hanno una sua funzione specifica.
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